Auto, l’Europa frena sul Green Deal: la retromarcia sul 2035 tra industria e clima

Per anni lo stop ai motori termici dal 2035 è stato raccontato come una linea chiara: un’Europa che guida la transizione, spinge l’innovazione e riduce le emissioni di CO₂. Oggi, con il nuovo “pacchetto Automotive”, la Commissione europea sceglie un’altra strada: quella della “flessibilità”, che suona bene, ma rischia di diventare un sinonimo elegante di rallentamento.

Dal 100% al 90%: cosa significa davvero la nuova soglia

Il cuore della revisione è semplice e pesante: l’obiettivo scende dal taglio del 100% al 90% delle emissioni allo scarico. Quel 10% residuo potrà essere “compensato” tramite acciaio a basse emissioni, oppure attraverso e-fuels e biocarburanti. Traduzione operativa: la porta per continuare a produrre e vendere veicoli con tecnologia tradizionale resta aperta, anche se con vincoli contabili e meccanismi di credito.

Neutralità tecnologica o neutralità politica

La Commissione parla di neutralità tecnologica, cioè di un approccio che non “sceglie” una soluzione unica. Nella pratica, però, è difficile non leggere questa svolta come una scelta politica: accontentare più attori possibili, soprattutto chi teme i costi industriali e sociali della trasformazione. Il rischio è che questa neutralità diventi una neutralità di decisione, mentre i competitor globali corrono.

Il paradosso degli investimenti: la frase di Luca de Meo che spiega tutto

C’è un punto, però, che rende questa retromarcia ancora più controversa: l’industria ha già investito cifre enormi nella auto elettrica pianificando linee, piattaforme, supply chain e prodotti sul “vecchio” 2035. Luca de Meo, allora CEO Renault, diceva: «Immagina che nel 2026 uno arrivi e mi dica “Oh, sapete la notizia? Abbiamo scherzato”. Ma io ho messo 20 miliardi di euro su questa cosa, che faccio, li prendo e li cancello dal bilancio così?».

Questa citazione è importante perché toglie romanticismo alla discussione: qui non si tratta solo di ideologia climatica, ma di traiettorie industriali già impostate. E quando la politica cambia rotta a metà curva, a pagare sono spesso le filiere, la credibilità regolatoria e la capacità di competere.

E-Car e supercrediti: spinta reale o foglia di fico

Nella proposta c’è anche un segnale pro-elettrico: incentivi e supercrediti per le E-Car, cioè piccole auto elettriche più accessibili prodotte in Europa, con un peso maggiore nei conteggi. È una misura positiva, ma la domanda resta: è una spinta strutturale o un modo per bilanciare mediaticamente una revisione che, di fatto, riabilita il termico?

Il vero nodo: competitività europea e timing

Chi sostiene la revisione la descrive come protezione della filiera e difesa dell’occupazione. Chi la critica teme un effetto boomerang: mentre la Cina consolida leadership su batterie e volumi, l’Europa rischia di restare “nel mezzo”, senza una direzione netta. Se l’obiettivo climatico viene ricalibrato ogni volta che il consenso politico si incrina, il mercato riceve un messaggio confuso: e la confusione è la peggior nemica degli investimenti.

Dal 100% al 90%. E poi?

In pochi anni l’Europa è passata dal proclamare il taglio totale delle emissioni al 2035 a rivedere l’obiettivo al 90%, presentando la scelta come un aggiustamento tecnico. Ma la traiettoria racconta altro: una marcia che procede per correzioni successive, sempre nella stessa direzione.

Oggi è il 10% compensabile, domani potrebbe essere un’altra revisione, giustificata da nuove difficoltà di mercato, da equilibri politici più fragili o da pressioni industriali ancora più forti. La domanda, allora, non è se l’auto elettrica abbia ancora un futuro in Europa, ma se l’Unione sia disposta a difendere fino in fondo le scelte che ha già spinto imprese e investimenti a fare.

Perché quando un obiettivo passa dal 100% al 90%, e inizia a sembrare negoziabile, il vero rischio non è solo ambientale. È che la transizione smetta di essere una direzione condivisa e diventi una promessa continuamente riscrivibile.






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